Diritto all oblio: cos’è, GDPR, come fare per proteggere la reputazione online e richiesta su Google

Diritto all’oblio: scopri cos’è e come proteggere la tua reputazione online

15 Febbraio 2026

Avv. Davide Bonomi

Capita più spesso di quanto si pensi: cerchi il tuo nome su Google e compaiono risultati che ti collegano ad un episodio del passato, ad un’informazione vecchia, ad un contenzioso chiuso, o ad un contenuto che oggi non ti rappresenta più. Per un privato può significare una situazione di disagio, un danno all’immagine; per un’azienda o un professionista può tradursi in una perdita di clienti e di opportunità. In questi casi entra in gioco il diritto all’oblio, uno strumento giuridico pensato per riequilibrare il rapporto tra la memoria digitale e la tutela della reputazione online.

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1. Diritto all’oblio, cos’è? Definizione utile per privati e aziende

Ma in pratica, cos’è il diritto all’oblio? Possiamo definirlo come la pretesa, riconosciuta in presenza di determinati presupposti, di ottenere la cancellazione o la limitazione della diffusione di dati personali quando non sono più necessari, quando sono trattati illecitamente, quando sono inesatti o quando la loro persistenza online (soprattutto nella forma della facile reperibilità) produce un pregiudizio non giustificato rispetto alle finalità ed all’interesse pubblico.

Il Garante per la protezione dei dati personali, in modo molto chiaro, descrive il diritto all’oblio come una forma “rafforzata” del diritto alla cancellazione dei dati personali. Questo significa che non basta dire “questa cosa mi danneggia”: bisogna ricondurre il caso a criteri giuridici verificabili (pertinenza, attualità, proporzionalità, correttezza del trattamento).

2. Diritto all’oblio e GDPR: cosa dice l’articolo 17

Quando un cliente mi chiede cosa dice il GDPR sul diritto all’oblio, il riferimento primario è all’art. 17 del Regolamento (UE) 2016/679, intitolato proprio “Diritto alla cancellazione (diritto all’oblio)”. L’articolo elenca i casi tipici in cui l’interessato può ottenere la cancellazione dei dati personali (ad esempio perché non più necessari rispetto alle finalità, perché il trattamento è illecito, perché viene meno la base giuridica). Ma lo stesso articolo contiene anche limiti importanti: la cancellazione non è dovuta, ad esempio, quando il trattamento è necessario per esercitare la libertà di espressione e di informazione, o per adempiere obblighi legali.

Tuttavia è sbagliato pensare che poiché il GDPR disciplina cos’è il diritto all’oblio, allora si ha una gomma magica che permette di eliminare qualunque contenuto: esiste un quadro normativo che impone un bilanciamento. Questo bilanciamento, nel caso specifico dei motori di ricerca, è stato sviluppato e reso operativo dalle Linee guida 5/2019 dell’EDPB, che indicano i criteri per l’esercizio del diritto all’oblio nei confronti delle search engine: contesto, ruolo dell’interessato nella vita pubblica, natura dell’informazione, attualità, impatto sulla vita privata e altri elementi rilevanti.

In pratica, il diritto all’oblio funziona bene quando dimostri che l’informazione è divenuta non pertinente o sproporzionata oggi, non quando cerchi di rimuovere contenuti ancora attuali o di chiaro interesse pubblico.

3. Diritto all’oblio e Google: cosa si può chiedere e cosa aspettarsi

Gran parte delle richieste oggi riguardano il diritto all’oblio su Google, perché Google è il “cancello” attraverso cui passano maggiormente reputazione e visibilità online. La procedura più frequente non è la cancellazione del contenuto alla fonte (che rimane su un sito), ma la deindicizzazione: i link non compaiono più (o compaiono in modo limitato) quando l’utente digita un certo nome.

Google pubblica una guida di approfondimento sul diritto all’oblio e sulla logica delle richieste, richiamando anche l’articolo 17 del GDPR e la cornice europea di riferimento. Questo è importante perché chiarisce due aspetti che spesso generano equivoci: primo, la richiesta deve essere circostanziata (URL specifici, contesto, motivi); secondo, la valutazione avviene caso per caso, proprio perché bisogna bilanciare diritti diversi.

Dal punto di vista del cliente, la domanda non è “posso chiedere il diritto all’oblio su Google?”, ma “posso dimostrare che, oggi, quel risultato associato al mio nome è non pertinente, non aggiornato o sproporzionato?”. Se la risposta è sì, allora l’istanza ha concrete possibilità. Se la risposta è no (perché la notizia è attuale, o l’interesse pubblico è evidente), conviene impostare una strategia diversa, spesso orientata a rettifica, aggiornamento, o gestione mirata della reputazione con strumenti leciti.

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4. Diritto all’oblio, come fare? Il mio metodo operativo (anche da remoto)

Per capire come fare per esercitare il diritto all’oblio, dobbiamo spostarci sul lato pratico. Il punto, però, è che non esiste un solo percorso valido per tutti: dipende dal tipo di contenuto, da chi lo ospita, dal ruolo del motore di ricerca e dal bilanciamento con la cronaca.

Il mio approccio è digitale e paperless: raccolta prove online, gestione documentale ordinata, comunicazioni da remoto. Per rendere l’attività efficiente, i materiali essenziali (pochi ma precisi) sono questi:

  • URL completi delle pagine e dei risultati contestati, con screenshot datati della SERP;
  • una breve cronologia dei fatti (cosa è successo, quando, cosa è cambiato);
  • eventuali documenti che aggiornano o correggono l’informazione (esiti, rettifiche, chiusure, chiarimenti).

Questo è uno dei rarissimi punti in cui un elenco serve davvero: non per “fare la lista della spesa”, ma per evitare che il cliente perda tempo e per costruire un fascicolo digitale coerente.

Da qui si passa alla strategia: se il problema è la reperibilità su motori di ricerca, si lavora sul diritto all’oblio su Google; se il problema è la presenza di dati personali non necessari o trattati in modo scorretto alla fonte, si valuta l’azione verso il sito web specifico. E se ci sono elementi di cronaca o di interesse pubblico, si imposta la richiesta tenendo conto dei criteri EDPB e del perimetro dell’art. 17 GDPR, perché una domanda “emotiva” raramente funziona: deve essere giuridicamente inquadrata.

5. Il punto decisivo: rimozione e deindicizzazione non sono sinonimi

Un errore frequente è confondere “diritto all’oblio” con “cancellazione totale”. In realtà, può capitare che la soluzione più efficace sia la deindicizzazione, lasciando il contenuto sul sito, ma impedendo che venga immediatamente associato al nome dell’interessato. Questo approccio è coerente con l’idea stessa di bilanciamento: non si nega l’esistenza di un contenuto, ma si evita che diventi una condanna digitale permanente.

Per questo, quando un cliente mi chiede “posso esercitare il diritto all’oblio?”, io ribalto la domanda in termini tecnici: qual è la finalità del trattamento oggi e qual’è l’impatto? Il contenuto è aggiornato? Il contesto è completo? L’informazione è ancora necessaria e proporzionata? È qui che un’analisi legale fa la differenza, soprattutto per aziende e professionisti, dove l’effetto reputazionale si traduce in danno economico.

6. Quando serve davvero un avvocato (e perché conviene farlo online)

Molte istanze falliscono non perché “non esiste il diritto”, ma perché sono impostate male: URL errati, motivazioni generiche, documentazione non pertinente, richieste troppo estese e indifferenziate o, al contrario, richieste troppo timide e prive di un inquadramento convincente. Nei casi semplici può bastare una richiesta ben scritta; nei casi più complessi (cronaca, archivi, ruoli pubblici, contenuti replicati) serve una strategia.

Qui l’assistenza legale online è un vantaggio concreto: puoi lavorare con un avvocato comodamente da casa tua senza perdere giorni in appuntamenti fisici, gestendo tutto in digitale. La consulenza serve a chiarire subito se il tuo caso è “da diritto all’oblio” oppure se è più adatto un percorso diverso (rettifica, aggiornamento, tutela della reputazione con altri strumenti). In ogni caso, l’obiettivo è ridurre tempi e costi, evitando iniziative inutili o controproducenti.

7. Conclusione: diritto all’oblio, Google, GDPR e “come fare” senza perdere tempo

Se sei arrivato qui cercando cos’è il diritto all’oblio, oppure se vuoi capire come si collega il diritto all’oblio al GDPR, o ancora se ti interessa il rapporto tra diritto all’oblio e Google, la regola d’oro è una sola: trasformare un problema reputazionale in un’azione legale ordinata, fondata e documentata.

Se vuoi, puoi prenotare una consulenza legale online con me: analizziamo URL, contesto e prospettive in modo realistico e, se ci sono i presupposti, impostiamo la pratica con un metodo digitale e paperless. In alternativa, puoi richiedere un preventivo gratuito per la gestione completa: tempi, attività e costi chiari fin dall’inizio, senza inutili complicazioni.

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